Alla scoperta della scienza

I moderni Europei discendono dall’Uomo di Neandertal?

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Martedì, 18 maggio 2010 • Commenti 0 • Categoria: Archeologia

Noi moderni Europei discendiamo dall'Uomo di Neandertal? Questo esponente estinto del genere Homo, conosciuto tramite resti fossili del Pleistocene rinvenuti in Europa e in Asia centrale, è davvero il nostro progenitore?
Un aiuto a rispondere a queste domande, che appassionano gli studiosi da decenni, viene oggi da uno studio, coordinato da David Caramelli, ricercatore del Dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell'Università di Firenze.

La ricerca - pubblicata on line sulla rivista scientifica PLoS ONE e realizzata insieme agli atenei di Siena, Ferrara, Marsiglia, Lione, Istituto Tecnologie Biomediche del CNR di Milano e dal Museo di Storia Naturale di Verona - costituisce il primo studio in un Neandertaliano sul gene della microcefalina, responsabile della proliferazione delle cellule neurali e regolatore della dimensione del cervello (cfr. PLoS ONE, "The Microcephalin Ancestral Allele in a Neanderthal Individual", doi 10.1371/journal.pone.0010648).

Le popolazioni attuali dell'Europa e dell'Asia presentano, infatti, in questo gene un gruppo di varianti, chiamate aplogruppo D, che in Africa sono rare. Questa particolare distribuzione è stata interpretata come l'evidenza che l'aplogruppo D si sia originato nei Neandertaliani e che sia stato poi incorporato nel genoma degli uomini moderni attraverso l'incrocio tra i Neandertaliani e gli antenati dei moderni europei ed asiatici, dopo che questi uscirono dall'Africa.


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Uomo e scimpanzè: un legame archeologico

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Giovedì, 16 luglio 2009 • Commenti 0 • Categoria: Archeologia

Fino a poco tempo fa si riteneva che l'archeologia fosse la scienza delle culture umane antiche, dedita alla scoperta e all’analisi dei manufatti dei nostri progenitori.
Invece, un articolo appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature è destinato a rivoluzionare questa visione, estendendo l’approccio archeologico anche allo studio delle attività di uso, costruzione e accumulo di strumenti nei primati non umani, le specie animali a noi evolutivamente più vicine.
“I primati non umani rappresentano un ottimo modello per lo studio della tecnologia litica, dato che sono sempre più numerose le evidenze di popolazioni selvatiche che usano strumenti”,
dice Elisabetta Visalberghi, primatologa dell’Istituto di scienze e tecnologia della cognizione (Istc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e co-autrice dell’articolo.
“Si va dagli scimpanzé della Costa d’Avorio, che usano percussori e incudini per rompere noci troppo dure da aprire altrimenti, ai cebi – scimmie sudamericane che in Brasile usano pietre sia per rompere noci sia per estrarre tuberi dal terreno – fino ai macachi che, in Tailandia, con una tecnica simile rompono il guscio di granchi e molluschi”.
Lo studio degli elementi caratteristici della tecnologia litica, dalla scelta della materia prima ai vari metodi di scheggiatura alle tradizioni culturali dei diversi gruppi, unisce così primatologi e archeologi in un nuovo campo di ricerca meglio definito come ‘archeologia dei primati’.
“Questa nuova disciplina nasce dal presupposto che, qualunque organismo accumuli o modifichi materiali durevoli come la pietra, lascerà una traccia sotto forma di reperto archeologico”, prosegue la primatologa. “In questo senso sarà possibile fornire per la prima volta un quadro comparativo per la comprensione del contesto biologico, ambientale e sociale che ha favorito l’evoluzione comportamentale dei primati”.


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Il tesoro di Misurata torna a risplendere

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Mercoledì, 15 luglio 2009 • Commenti 0 • Categoria: Archeologia

Il più grande tesoro monetale romano, ritrovato nel 1981 a Misurata, in Libia, è fruibile in tutto il suo splendore grazie al lavoro dell’Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali (Itabc) del CNR, che ha coordinato il restauro, lo studio storico, l’analisi composizionale e la digitalizzazione di questo patrimonio.

Il tesoro, composto da 108 mila monete, fu rinvenuto casualmente durante l’esecuzione di lavori agricoli, dentro grossi vasi (olle, brocche, anfore), sotterrati in prossimità di due edifici, facenti parte forse di un luogo di cambio dei cavalli del cursus publicus - il servizio per il trasporto di merci o plichi appartenenti allo Stato - e di persone che viaggiavano per conto dell’amministrazione centrale.

Databili tra il 294 e il 333 d.C., queste monete sono nummi (folles), ossia prodotti con una lega rame-stagno-piombo comprendente una piccola quantità di argento, caratterizzati da un arricchimento superficiale sottilissimo con il medesimo metallo.
Anche se non è da escludere che il tesoro dovesse essere costituito da un numero maggiore di esemplari, si tratta del più grande ritrovamento non solo di epoca romana, ma, probabilmente, di tutto il mondo antico.

Oltre che per le dimensioni il rinvenimento si distingue perchè getta nuova luce sia sulla storia dell’economia e della circolazione monetaria in Tripolitania nella prima metà del IV secolo d.C., sia sulla metallurgia e la tecnologia della produzione monetale di quel periodo.


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