Alla scoperta della scienza

Il caso della Nova V407 Cygni e i raggi gamma

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Sabato, 14 agosto 2010 • Commenti 0 • Categoria: Spazio

Il telescopio per raggi gamma Fermi LAT opera in modo da osservare tutto il cielo ogni tre ore, dedicando in media circa mezz’ora ad ogni direzione del cielo. Confrontando i dati raccolti durante passaggi successivi ci si può rendere conto se il cielo è tranquillo oppure se stia succedendo qualcosa, per esempio se una sorgente stia mostrando segni di irrequietezza diventando più brillante o più debole. In alcuni casi si vedono apparire sorgenti che prima non c’erano. Allora è naturale chiedersi quale possa essere l’oggetto celeste responsabile di questa subitanea emissione di fotoni gamma, ognuno dei quali trasporta energia equivalente a miliardi di fotoni ottici.

Nova V407

La prassi, in questi casi, è controllare gli annunci astronomici online per vedere se qualcosa di interessante sia stato visto dalla stessa regione del cielo ad altre lunghezze d’onda. Nel caso si abbia fortuna e si trovi un potenziale colpevole, inizia uno studio dettagliato per capire se la sorgente variabile rivelata da Fermi e quella riportata da telescopi che operano nell’ottico, nel radio o nei raggi X siano lo stesso oggetto. Se le posizioni coincidono si deve studiare la tempistica per capire se l’aumento di luminosità sia contemporaneo oppure se ci siano anticipi o ritardi.

Ovviamente vedere emissione contemporanea a diverse lunghezze d’onda è un dato importantissimo per identificare la nuova sorgente gamma con un determinato oggetto celeste.

“Altrettanto importante, almeno dal punto di vista psicologico, è sapere che l’oggetto in questione appartiene ad una classe di sorgenti ‘certificate’, cioè già rivelate nei raggi gamma”

dice Patrizia Caraveo, responsabile INAF dello sfruttamento scientifico dei dati della missione Fermi

“se ci si trova tra le mani un oggetto totalmente nuovo, sul quale nessuno non aveva mai nemmeno pensato di fare previsioni,  è molto più difficile trarre conclusioni”.


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A Ginevra si è sempre più vicini alla particella di Dio e la Materia Oscura

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Venerdì, 30 luglio 2010 • Commenti 1 • Categoria: Fisica

A soli tre mesi dall'inizio degli esperimenti gli scienziati del Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra hanno comunicato di aver identificato tutte le particelle previste nella "Teoria Standard dell'Universo", ossia quelle che già in precedenza erano state identificate e trovate per altre vie.

Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra
Cliccare per ingrandire

La novità, ovviamente, è che in così breve tempo si è riusciti, grazie all'acceleratore di particelle di Ginevra, a rifare i calcoli e rilevare ciò che si sapeva come cercare. Tra queste, però, sembra si sia riusciti a "vedere" e pesare per la prima volta al mondo il Top Quark che l'acceleratore americano di Chicago aveva in precedenza identificato. Ora se ne ha certezza e peso.

Dalle parole di Rolf Heuer, direttore generale del CERN dov'è l'LHC, un esperimento da 10 miliardi di dollari, si aprono dunque i nuovi scenari della "nuova fisica", ossia la identificazione delle particelle che si suppone ci siano e abbiano un ruolo rilevante ma che finora non sono state mai state rilevate.


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Con Google Earth avvistato cratere d’impatto da meteorite perfettamente conservato

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Giovedì, 22 luglio 2010 • Commenti 0 • Categoria: Mineralogia

E' quello che si direbbe un cratere "perfetto": nonostante i secoli o forse i millenni trascorsi dalla sua formazione, mantiene ancora perfettamente conservate tutte le sue strutture. La cavità, del diametro di 45 metri e profonda 16, è stata scoperta nel deserto dell'Egitto meridionale da una equipe di ricercatori italo-egiziani. Sul nostro pianeta è un cratere dalle caratteristiche davvero uniche.

Cratere Meteorite Egitto

Finora infatti tutti i crateri da impatto conosciuti presentavano deterioramenti prodotti dagli agenti esogeni, come ad esempio acqua, vento, vegetazione. Tutti, tranne questo: il suo stato di conservazione, probabilmente agevolato dal clima desertico e da una coltre di 6 metri di sabbia che lo ricopre, è paragonabile a quello di strutture simili osservate nel Sistema solare su pianeti privi di atmosfera o coperti da ghiaccio.

La conservazione delle strutture primarie di impatto, associate alla presenza degli abbondanti resti di un meteorite metallico e di tipiche strutture metamorfiche (metamorfismo da shock) nelle rocce incassanti (delle arenarie del Cretaceo), contribuiscono a fornire un’immagine unica sui crateri da impatto causati da meteoriti a piccola scala. Questi ultimi sono infatti molto rari sulla superficie terrestre in quanto vengono erosi rapidamente ed i pochi identificati fino ad ora (15 inferiori ai 300 m di diametro contro i 176 di diametro maggiore ai 300 km) mostrano assenza di alcune o tutte le loro strutture primarie.



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La scoperta di vulcani attivi sulla superficie di Mercurio.

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Venerdì, 16 luglio 2010 • Commenti 0 • Categoria: Spazio
Per la prima volta dopo 35 anni un satellite torna a far visita al pianeta. Le immagini scattate nei tre fly-by della sonda MESSENGER della NASA provano che c'è stata attività geologica recente. La scoperta pubblicata su Science è firmata da un astronomo dell'INAF-OA Padova.

Il primo e più sconosciuto pianeta del Sistema Solare è vivo, geologicamente parlando. Sulla superficie di Mercurio ci sono le prove di attività vulcanica recente.
È la sorprendente scoperta di una ricerca pubblicata questa settimana su Science, guidata da Louise Prockter della NASA, con il contributo di Gabriele Cremonese dell'INAF Osservatorio Astronomico di Padova e colleghi dell'Università di Padova, Simone Marchi e Matteo Massironi.

Mercurio è un po' la Cenerentola del Sistema Solare. Il più vicino al Sole, il più piccolo tra i pianeti interni, difficile da osservare con i telescopi per l'abbagliante luce da cui è investito, è stato visitato nel 1974-75 dalla missione Mariner 10.
Più di 30 anni dopo, la sonda MESSENGER della NASA, lanciata nel 2004 e ormai giunta a destinazione, torna a riaccendere i riflettori. Nei tre fly-by effettuati per il posizionamento nell'orbita definitiva (che sarà raggiunta nel marzo 2011), la sonda ha scattato foto che raccontano un passato meno placido di quanto si pensasse. Anche Mercurio, come recentemente si è scoperto per Venere, è stato scombussolato da eruzioni vulcaniche e travolto da tempeste magnetiche.

“In particolare abbiamo osservato un bacino di origine vulcanica caratterizzato da una superficie eccezionalmente liscia, dove un tempo scorreva lava”,

spiega Cremonese.

“Questa depressione, di 230 chilometri di diametro, presenta un anello circondato da depositi minerali brillanti che potrebbero costituire la più interessante evidenza vulcanica di Mercurio identificata finora”.


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Svelato il mistero della nascita delle stelle massicce

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Mercoledì, 14 luglio 2010 • Commenti 0 • Categoria: Spazio

Gli astronomi hanno ottenuto per la prima volta l’immagine di un disco di polvere che avvolge una stella massiccia appena nata, fornendo la prova diretta che la formazione delle stelle massicce avviene nello stesso modo delle loro sorelle più piccole. Questa scoperta, realizzata grazie ad una combinazione di telescopi dell'ESO, è descritta in un articolo di questa settimana di Nature.

"Le nostre osservazioni mostrano un disco che circonda una giovane stella di grande massa allo stadio embrionale, ora completamente formatasi",

spiega Stefan Kraus, che ha guidato lo studio.

Scoperta la formazione di una stella
cliccate per ingrandire

"Si può dire che il bambino sta per nascere!"

Il team di astronomi ha focalizzato il proprio interesse su un oggetto conosciuto con il nome criptico di IRAS 13481-6124. La giovane stella al centro, una ventina di volte la massa del nostro Sole e con un raggio cinque volte superiore, ancora circondata dal suo bozzolo pre-natale, si trova nella costellazione del Centauro, a circa 10.000 anni luce di distanza.

Dalle immagini d'archivio ottenute grazie al telescopio della NASA Spitzer Space Telescope, nonché dalle osservazioni fatte con il telescopio submillimetrico da 12 metri APEX, gli astronomi hanno scoperto la presenza di un getto.

“È comune osservare i getti intorno a giovani stelle di piccola massa e generalmente indicano la presenza di un disco", dice Kraus.

I dischi circumstellari sono un ingrediente essenziale nel processo di formazione delle stelle di piccola massa come il nostro Sole. Tuttavia, non è noto se tali dischi siano presenti anche durante la formazione di stelle più massicce di dieci masse solari, dove la forte luce emessa potrebbe impedire alla massa di cadere nella stella. Per esempio, è stato ipotizzato che le stelle massicce potrebbero formarsi dalla fusione di  stelle più piccole.


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Lotta all'AIDS. Scoperti due nuovi anticorpi che uccidono il virus HIV

Scritto da pachi • Lunedì, 12 luglio 2010 • Commenti 0 • Categoria: Ricerca

Un nuovo grande passo avanti della Ricerca, per la cura contro il virus dell'AIDS. Nuove scoperte da una ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Science e riportata dalla versione italiana.

Grazie a una nuova tecnica di analisi, un gruppo di ricercatori del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) dei National Institutes of Health diretti da John R. Mascola è riuscito a identificare nel sangue di soggetti infettati dall'Hiv due anticorpi naturali, chiamati VRC01 e VRC02, che sono in grado di neutralizzare più ceppi di Hiv, il 91 per cento circa, e con più efficacia rispetto agli anticorpi finora noti.



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Osservata per la prima volta la metamorfosi del neutrino

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Martedì, 1 giugno 2010 • Commenti 0 • Categoria: Fisica

Dopo oltre tre anni di ricerche e miliardi di miliardi di particelle in viaggio da una parte all’altra delle Alpi, nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), per la prima volta al mondo è stata osservata in modo diretto una metamorfosi del neutrino. La trasformazione, cioé, di un neutrino in un altro. Una scoperta che apre le porte a una nuova fisica. Serviranno ovviamente altre osservazioni di neutrini “mutanti” per avere la certezza definitiva della scoperta.

Metamorfosi Neutrino Gran Sasso

Il fenomeno e’ stato osservato dall’esperimento internazionale OPERA: il neutrino, al termine di un viaggio che lo ha portato dal laboratorio europeo del CERN (da dove è stato “sparato” in fasci puntati verso il Gran Sasso) fino all’interno della montagna abruzzese (732 chilometri di corsa sotto la crosta terrestre in soli 2,4 millisecondi) ha mutato la propria natura. Una impresa resa possibile dalla collaborazione tra CERN e Laboratori dell’INFN del Gran Sasso nel progetto CNGS (Cern Neutrino sto Gran Sasso).


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Ancora passi avanti per individuare terapie efficaci contro l’HIV/AIDS

Scritto da Luca De Nardo - 100scienze • Lunedì, 22 marzo 2010 • Commenti 0 • Categoria: Medicina, Ricerca

Passi avanti nelal ricerca contro l'AIDS-HIVDa oggi i ricercatori hanno uno strumento in più per individuare terapie sempre più efficaci contro l’HIV/AIDS. Integrando simulazioni al computer e tecniche di laboratorio, il dr. Andrea Savarino del Dipartimento MIPI - Malattie trasmesse da vettori e sanità internazionale e i colleghi dell’Istituto Superiore di Sanità hanno infatti creato un modello di scimmia affetta da AIDS che risponde a una nuova combinazione di farmaci antiretrovirali di recente approvata per la terapia iniziale negli umani e che consiste di due componenti, Truvada, un medicinale molto usato nei pazienti HIV+, e l’inibitore dell’integrase Isentress.

Si tratta di un risultato di grande importanza, considerata la scarsità di modelli animali su cui testare gli effetti dei possibili farmaci prima di passare alla sperimentazione clinica. I topi sono infatti ritenuti troppo artificiali mentre i macachi, che sono sensibili a un virus simile all’HIV (SIV) e vanno incontro ad AIDS, rispondono in maniera diversa ai farmaci antiretrovirali.

Lo scorso anno, la stessa équipe di ricercatori dell’ISS ha reso nota una nuova combinazione farmacologica in grado di distruggere le cellule che ospitano un virus nascosto, le quali sono responsabili della persistenza del virus durante la terapia antiretrovirale.

I futuri farmaci per estirpare l’HIV sono ritenuti un’aggiunta rispetto alle attuali terapie antiretrovirali, che potrebbero in seguito essere interrotte se il virus "nascosto" sarà eliminato.


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